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Smart working al giro di boa: tra due anni sarà realtà nella metà delle imprese

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Indagine Infojobs: ad oggi il 39% delle aziende ha implementato politiche ad hoc. Lavoro agile considerato leva strategica anche per attrarre giovani talenti. Sugli scudi il settore dei servizi e dei beni immateriali.

Entro il 2020 lo smart working sarà realtà per il 51% delle aziende italiane. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da InfoJobs – piattaforma numero uno per la ricerca di lavoro online in Italia, con 4 milioni di profili registrati e oltre 4.000 aziende attive nel 2017 – intervistando le imprese italiane per sapere cosa pensano di questa modalità di lavoro in mobilità fuori dalla sede aziendale, un’agevolazione di cui già godono molti dipendenti all’estero e che sta iniziando a diffondersi in Italia, anche grazie alla legge 81/2017. I risultati sono stati poi messi a confronto con quelli di un’indagine simile realizzata due anni fa, nel 2016. Ad oggi, il 39% delle aziende ha implementato politiche di smart working. Di queste, il 27% lo ha attivato solo per alcune aree funzionali, mentre per il 12% coinvolge tutti i dipendenti. C’è poi un 12% di imprese che ne prevede l’introduzione entro due anni. Quasi la metà delle aziende è però ancora reticente (49%), una percentuale in diminuzione del 11,5% rispetto al 2016. Di queste, il 41% non ha intenzione di implementare lo smart working per motivi interni mentre l’8% non lo fa per mancanza di supporti tecnologici.

Dalla survey condotta, emerge, inoltre, che le aziende che sono favorevoli allo smart working non ritengono necessario avere limiti di tempo entro i quali si può lavorare in mobilità durante la settimana. Ben il 55% rivela, infatti, che non prevedono un monte ore fisso ma è a discrezione del dipendente decidere quando lavorare in smart working. Del restante 45%, invece, l’indicazione media è quella di una giornata a settimana (23%) e solo il 9% lo farebbe due giorni alla settimana. E per monitorare l’attività svolta durante lo smart working, e valutare così la produttività del dipendente, il modo migliore è quello della verifica con il proprio responsabile degli obiettivi prefissati (46%). Solo il 28% indica metodi più radicali come un report a fine giornata (16%) o addirittura un controllo informale per accertarsi l’effettiva reperibilità del lavoratore (12%). L’impatto per un’azienda di adottare delle politiche che consentano e incentivino lo smart working è giudicato, secondo i dati elaborati da InfoJobs, molto positivo dalla quasi totalità degli intervistati. Il 78% lo ritiene infatti un valore che, per il 19%, potrebbe migliorare la qualità della vita dei dipendenti, la loro motivazione e inciderebbe positivamente sulla produttività e per il 59% porterebbe comunque un cambiamento positivo, anche se soltanto in alcune aree e non in tutti settori o per tutte le posizioni. Poco più del 10% è convinto, invece, che sia una moda passeggera sopravvalutata o addirittura una pratica dannosa che potrebbe incidere negativamente sulla redditività dei lavoratori a causa della troppa libertà (11%).

Lo smart working è sicuramente visto anche come una leva strategica per attrarre nuovi talenti (79%) che lo vedono come un elemento differenziante nel 37% dei casi o comunque come un incentivo su cui far leva insieme anche ad altri elementi quali il grado di responsabilità e le condizioni economiche nel 42%. Proiettando le previsioni verso uno scenario di più ampio respiro, le aziende si dimostrano comunque ottimiste e indicano nel 70% dei casi lo smart working come un’abitudine che, da qui al 2020, diventerà di uso comune. Per il 21%, infatti, verrà adottata dalla maggior parte delle aziende e per ben il 49% sarà la norma per le imprese di servizi/beni immateriali, mentre più difficilmente si potrà estendere al resto del tessuto produttivo. I più negativi lo ritengono, invece, un fenomeno che non potrà diffondersi a causa del pregiudizio legato al possibile calo di produttività (25%) o che addirittura potrà essere solo una moda dimenticata di cui nessuno parlerà più (5%).

Fonte: www.corrierecomunicazioni.it

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