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Giovani, lavori incerti ma felici. I “nomadi digitali” che abbattono i muri

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ROMA – Se non la sicurezza del posto, almeno il diritto alla felicità. E’ un po’ il motto dei nomadi digitali. Giovani abili con le tecnologie e spesso specializzati su un lavoro tra i tanti che stanno rivoluzionando il mondo. Nomadi digitali perché per loro lavorare in un luogo piuttosto che in un altro cambia poco. Fanno tutto tramite la Rete. E’ dal web che arriva il lavoro, è con pagamenti elettronici che vengono pagati ed è sempre attraverso il web che consegnano. Chiara Canale è di Alba. Ha 25 anni e dopo la triennale in lingue e un master si è specializzata in adattamento e sottotitolaggio. Fa l’adattatrice dialoghista. In pratica crea un copione per i doppiatori italiani, quando il programma o il film è in lingua straniera. I clienti gli inviano file video con il copione in lingua straniera e lei deve adattarlo. E’ in vacanza a Roma. Le arriva una mail. Tempo sette giorni e dovrà consegnare un lavoro. Si chiude in stanza ed esce fuori solo all’ora di cena. Sta pensando di trasferirsi ad Amsterdam da un caro amico. “In fondo che differenza fa? Il mio lavoro posso farlo da remoto – racconta Chiara – anzi magari troverò nuove occasioni”. L’unica cosa che la spaventa? “Entrare nell’esercito delle partite Iva”. Che le nuove tecnologie abbiano ampliato la possibilità di lavorare non solo da casa, ma da qualunque posto non è una novità, ma il fenomeno è in crescita esponenziale. E’ il mondo del lavoro che cambia a misura di nomadi digitali.

Il rapporto Gallup del febbraio 2017 già raccontava come sempre più americani lavorano da remoto. E un’azienda come la Dell prevede che metà del personale (oltre 14mila dipendenti) nel 2020 lavorerà fuori dai locali aziendali. A New York due giovani sud africani hanno fondato una start up, Unsettled, che organizza esperienze di co-working per professionisti o manager che possono girare il mondo lavorando. Un fenomeno inarrestabile tant’è che anche in Italia sono sempre più le imprese che cercano di favorire il lavoro da remoto, lo smart working. Non acquistano più solo il tempo dei propri dipendenti, ma la loro professionalità e il risultato finale del lavoro. E a trarne beneficio sono entrambi, l’azienda perchè così facendo aumenta la produttività e i dipendenti che possono conciliare vita e lavoro.Uno studio condotto dalla Stanford University (pubblicato sulla Harvard Business Rewiew) ha dimostrato come i dipendenti di un call center, lasciati liberi di lavorare da casa per nove mesi, abbiano aumentato la produttività aziendale del 13,5%.

I nomadi digitali però non hanno quasi mai contratti in esclusiva. Lavorano per molte imprese. “Molte occupazioni – conferma Patrizio Di Nicola, sociologo del lavoro all’Università La Sapienza – non richiedono più una presenza fisica a cominciare da tutte quelle legate al web, al marketing, al design, alla comunicazione. Attività che possono essere svolte ovunque. Le aziende lo sanno e sono loro, soprattutto negli Stati Uniti, ad affidare a esterni il lavoro. I web master – prosegue Di Nicola – non sono quasi mai dipendenti negli Usa, anzi spesso sono laureati che risiedono in India e lavorano in India. Le imprese per sviluppare un software si affidano a gruppi esterni, magari spezzettando il lavoro tra soggetti diversi”. Tant’è che ormai negli Usa esistono delle vere e proprie piattaforme digitali che raccolgono le esigenze delle aziende e poi le mettono all’asta, un’asta mondiale. “Certo è una pratica che penalizza il lavoratore perché si tratta di gare al ribasso. Piattaforme che stanno arrivando anche in Italia, tanto che la Cgil ha iniziato a seguire il fenomeno. E che sono invisibili. Un rider si vede pedalare per la città, loro no”. Con la differenza che negli Stati Uniti il lavoro autonomo è pagato di più rispetto a quello dipendente. “In italia è anche una questione di mentalità culturale – aggiunge Di Nicola –  da noi i manager spesso vogliono controllare e sono propensi a sanzionare più che a guardare ai risultati”.

Uno dei pionieri è l’italiano Alberto Mattei. Dieci anni fa ha avviato il progetto Nomadi digitali e creato un sito dove si possono trovare informazioni su chi vuole lavorare viaggiando, comprese le informazioni sul fisco. “Dietro alla nostra filosofia c’è però proprio lo spirito nomade. La fuga da città sempre più difficili da vivere, la voglia di viaggiare. I Millenians non aspirano a entrare in ufficio e a restarci per i prossimi quarant’anni. E’ stato stimato che nel 2035 nel mondo ci saranno più di un milione di nomadi digitali. E già ci sono vari siti dedicati a loro. Il più grande è Nomad list, una comunità online e database che mette in contatto le persone, ma c’è di più. C’è una start up, Roam, che offre l’affitto di una casa in cinque continenti. L’affitto è sempre lo stesso, ma ci si può spostare a seconda di dove si andrà a lavorare”. Le cinque città migliori per nomadi digitali? Nomad List  sulla base dei feedback degli utenti ne ha individuate cinque: Bangkok, Barcellona, Berlino, Chiang Mai in Tailandia e infine Budapest.

Fonte:  BARBARA ARDU’- Repubblica

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