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Dedizione al lavoro e attaccamento all’azienda? Se non riconosciuti allontanano il dipendente

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Una ricerca svela: le aspettative mal riposte tra le principali fonti di stress cronico nei lavoratori. Monitorare i livelli di cortisolo, ecco l’ultima responsabilità del management 4.0.

Un lavoro pessimo è sopportabile, un pessimo capo, no. Sembra uno di quei mantra da ufficio coniato dalla vittima sacrificale di qualche manager carogna, invece è la formulazione, in termini chiaramente non scientifici, dei risultati di una autorevole ricerca medica da poco apparsi sulle colonne della rivista Psychoneuroendocrinology.

Secondo il team di ricercatori olandesi che ha condotto lo studio, una dedizione smisurata alla causa professionale, se privata per troppo tempo del giusto riconoscimento di colleghi e manager, può nuocere alla salute del lavoratore.
Una conclusione alla quale gli studiosi sono giunti mettendo in relazione gli indicatori fisiologici e quelli psicologici dello stress. Due fattori da sempre oggetto delle attenzioni di chi si occupa di salute e qualità delle prestazioni sul posto di lavoro.

In particolare, confrontando i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) di oltre novanta professionisti alla prese con una settimana di lavoro ordinaria, con quelli di un’altra ottantina di lavoratori impegnati, per lo stesso arco di tempo, a un maggiore impegno in ufficio (in termini di carichi, ma anche di permanenza oltre l’orario canonico), si è giunti alla conclusione che il gap tra attività svolta e mancata riconoscenza dimostrata incide molto più negativamente sui soggetti che hanno lavorato di più e per più tempo dei loro colleghi.

Investire energie per un lungo periodo, senza sentirsi in qualche misura ricompensati per lo sforzo profuso, fa impennare il livello di cortisolo e aumenta le possibilità di contrarre una forma di stress cronico sul posto di lavoro. Per la prima volta, insomma, non si parla più, soltanto, di semplice malcontento; dietro la frustrazione di una aspettativa mal riposta di un collaboratore infaticabile, questo studio colloca infatti una vera e propria patologia.
E una volta giunti a quello stadio, il passo verso altre aziende (meglio: verso altri manager) che sappiano riconoscere l’abnegazione di un dipendente, il suo attaccamento alla maglia, e valorizzarlo a dovere, è davvero molto breve.

Si correda così di un’altra tessera il puzzle delle responsabilità che compone il management quattro punto zero: dopo la rinnovata veste del decisionismo e le nuove frontiere della motivazione al collaboratore, ecco ora emergere anche l’importanza del monitoraggio costante delle sue aspettative.
Fattore che si somma ai tanti ancora validissimi appartenenti al vecchio modello di gestione dei team, e che produrrà, a poco a poco, insieme a tutti gli altri, un netto cambio di paradigma ai suoi interpreti. Pena la perdita di attrattività in un mercato del lavoro sempre più orientato al candidato. Nel quale saranno i talenti a scegliere la migliore destinazione per le proprie competenze e toccherà  ai manager, semmai, fare i conti con lo stress da aspettative mal riposte.

Fonte: Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

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